Omaggio a Paolo Marini - L'Indiano La Vecchia Farmacia

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Orario

su prenotazione

Date

Dal 15 marzo al 8 aprile 2026

Info

MUG - Museo Ugo Guidi via Civitali 33, Vittoria Apuana

Omaggio a Paolo Marini - L'Indiano La Vecchia Farmacia

Descrizione

 Museo Ugo Guidi - MUG

 

domenica 15 marzo 2026 ore 17 – FORTE DEI MARMI

15 marzo – 8 aprile 2026

 

Il Museo Ugo Guidi – MUG di Forte dei Marmi, col patrocinio del Comitato per il Centenario di Vittoria Apuana, presenta la 210° mostra “Omaggio a Paolo Marini – L’indiano di Firenze, La Vecchia Farmacia di Vittoria Apuana”.  L’Inaugurazione avverrà domenica 15 marzo alle ore 17 con introduzione di Andrea Parigi. Tempo permettendo intermezzo musicale.

 

Opere presenti: 3 Ritratti di Paolo Marini: Sergio Scatizzi, Enzo Faraoni, Sergio Vacchi. 

18 Testimonianze: Elena Berner Vinicio BertiAntonio Bueno – Gianni Cacciarini - Primo Conti – Roberto Coppini – Mario Fallani – Achille Funi – Marcello Guasti – Ugo Guidi – Mino Maccari – Giuseppe Migneco – Andrea Parigi - Alvaro Peñarete –Adriana Pincherle – Arturo Puliti – J. Francisco Smythe –Ernesto Treccani.

 

 

“Paolo Marini, il sale della terra.

Firenze, 1 febbraio 2026, Andrea Parigi. A Matteo e Carla.

Due sedie a sdraio con il tessuto giallo e la struttura bianca.

Te le ricordi, Paolo?

Se penso a te, questa è la prima immagine che mi viene in mente.

Erano sempre fuori da La Vecchia Farmacia, la tua Galleria d’arte contemporanea, a Vittoria Apuana, davanti al Cinema Giardino. E quando te eri in Versilia le tue sdraio erano sempre fuori dalla porta, per strada. Sempre! Anche di notte. Per anni.

Un atto di dialogo e anche di fiducia verso il mondo.

Fiducia mal riposta, visto che una mattina non le hai più trovate...

Io ero uno dei fortunati fiorentini ad avere una casa anche in Versilia. Un privilegiato che passava un quarto dell’anno in una terra che ormai sento come casa. Per tanti fiorentini questa terra è parte della vita. Ma non è una visione fiorentinocentrica, piuttosto è la sensazione di vivere in una rete diffusa. Una realtà interconnessa che ha radici antiche, visto che col marmo bianco di questa terra, nella mia città sono state fatti San Miniato al Monte, il Battistero, la fontana del Nettuno e il David, tanto per dire poco.

Ero uno dei tanti ospiti, più o meno graditi, che trasforma questa terra delicata in una megalopoli temporanea, che va da Massa a Viareggio, arrivando da città che d’estate diventano quasi invivibili.

Per iniziare a parlare di te, caro Paolo, scelgo proprio il simbolo di quelle due sedie a sdraio, che oggi qualcuno forse definirebbe come una “performance”.

Era il tuo invito sfacciato al mondo:

“Venite a parlare. Dialoghiamo, litighiamo magari e a volte scontriamoci.

Ma parliamo”.

Come ben sai, io da bimbo passavo davanti alla Vecchia Farmacia più volte al giorno per andare e tornare dalla spiaggia, ed ero estremamente affascinato dalla sua atmosfera. Le persone che ti giravano intorno erano frizzanti, divertenti. Era chiaro che quello era un luogo diverso dagli altri, con quelle sedie sempre disponibili.

E io volevo scoprire perché era diverso, ma ero troppo giovane e troppo timido, non avrei saputo davvero che dire.

Poi un bel giorno, una sedia era vuota, mentre stavi parlando con Laura Cassuto e con un amico.

E io, quattordicenne, mi ci misi a sedere senza dire una parola, ti ricordi?

Zitto...

Ma almeno affermavo silenziosamente che c’ero! Volevo esserci anche io a parlare con voi di arte e di vita.

E così è nata un’amicizia che dura ancora.

E come succede nelle amicizie profonde, quando si arriva a conoscersi davvero, vediamo anche il marcio che c’è nell’altro. Si, vediamo l’ombra, l’uno nell’altro.

E a volte, se quell’ombra è troppa, si scappa. Ma poi si torna a parlare, se ne vale la pena.

Per anni, per tanti anni, la tua personalità, Paolo Marini, l’arte viva che proponevi, e il territorio versiliese erano un tutt’uno.

Per frequentarti a Firenze infatti avrei dovuto aspettare anni. E così la Versilia per me si era arricchita del tuo fascino strano; del tuo amore per la verità sbattuta in faccia, così vera da far male; della sensualità delle sensazioni sentite sulla pelle e anche sotto.

E non ero l’unico a percepire la strana unione fra la Versilia e Paolo Marini.

E chi se lo scorda l’incontro sul lungomare, con l’Ingegner Liberati, credo di Milano?

“Andrea, ma la Vecchia Farmacia è sempre chiusa, ma che è successo?!” -mi chiese l’anno dopo che l’avevi chiusa per sempre- per poi aggiungere disperato: “Nooo, ma che mi dici?! Per me Paolo Marini era la Versilia! Paolo Marini è il sale della terra – urlava sul lungomare – Paolo Marini è il sale della terra!” Ripeteva urlando...

E chi se lo scorda, Paolo?

Che potrei dire di te, oltre a quelle sedie bianche e gialle?

Difficile descriverti a chi non ti ha conosciuto. Impossibile.

Forse potrei dire quello che non eri!

Non eri “Accademia”, caro Paolo, questo ti va riconosciuto.

Eri fuori dai binari e fuori dalle strutture rigide.

Il tuo modo di vivere l’arte era diretto, addirittura sciamanico, se non mistico. E uso proprio il termine “mistico” per indicare che avevi una percezione della vita in generale che andava oltre il limite dei 5 sensi. Come quando penetravi i pensieri di una persona in pochi istanti - ti ricordi? - facendone un quadro preciso, che io avrei intuito essere vero solo dopo anni.

Come quando sentivi la bellezza di un quadro, anche quando la vista ti era calata vertiginosamente.

Ma come facevi?

Il tuo non essere accademia significava il rifiuto della falsità e dell’ipocrisia. Era il rifiuto di metterti una maschera in faccia -imposta da un ruolo professionale- e di metterti quella tessera

in tasca, o quel grembiule intorno alla vita - che ti avevano offerto - perché sennò ai muri delle tue gallerie avresti dovuto appendere dei quadri che non ne erano degni, obbedendo agli ordini di qualche superiore.

Ma non scherziamo...

Niente e nessuno poteva importi scelte riguardo agli autori e ai quadri che selezionavi.

Niente e nessuno!

Nessun potere aveva influenza su di te, neanche il fascino femminile che - lo sanno anche i sassi - amavi tanto.

L’unica voce da cui accettavi suggerimenti, riguardo a quali artisti avevano l’onore di entrare fra le tue mura, era solo e soltanto la tua “voce interiore”. Non facevi calcoli, eri incapace di fare il mercante, e la dedizione con cui seguivi questa vocina interiore era così assoluta che, a ripensarci, mi fa pensare a te come una specie di Socrate dell’arte. Visto che anche lui applicava questa regola, anche se non per i quadri e non in Toscana.

Il tuo non essere accademia ti donava una qualità rarissima. Eri veramente divertente.

Anche quando non ero d’accordo con quello che stavi sbraitando, era comunque bello ascoltarti.

Una cosa che ho visto in poche altre persone (e Vittorio Sgarbi è fra questi).

Il tuo non essere accademia era così affascinante che a volte, per parlare con te, saltavo le lezioni all’università.

Venivo a trovarti prima della lezione, tu mi parlavi d’arte, io ascoltavo. Ma poi riuscivo a strapparti un sorriso di soddisfazione quando ti dicevo: “Sai che c’è? Oggi salto la lezione all’Università, perché la lezione la stai già facendo te...”

Più volte mi hai detto che il progetto uomo è solo all’inizio del suo percorso -mica me lo dimentico- e lo dicevi tracciando con il dito una parabola davanti a te, credo per farmi intuire tutto il nostro potenziale futuro –a parole non sarebbe stato possibile-, ti ricordi?

Anche io amo pensare alla futura evoluzione dell’umanità, sempre con una visione ottimistica, malgrado i morti e la corruzione, malgrado tutto, malgrado l’arte oscena, malgrado noi.

Il tuo non essere accademia era così affascinante per tanti, perché il tuo talento maggiore, alla pari con la comprensione lucida dell’arte, era la comprensione dell’animo umano.

Per me sei stato sicuramente un grande amico, anche un maestro, e forse anche un po’ padre. Ma per quanti sei stato, in vario modo, un mentore, un coach, una guida? Per questo eri circondato da persone davvero splendide. Come quel pittore colombiano che ammiro tanto: Alvaro Peñarete ora newyorkese, che hai protetto, supportato e incoraggiato credendo per primo nella sua capacità.

Qui in Versilia oltre a Ugo Guidi -quanto ti piaceva la forza brutale delle sue forme-, Arturo Puliti -di cui amavi la geometria, la misura, e quei colori opachi-, Ernesto Treccani -di cui amavi la leggerezza di quei colori volanti, a cavallo fra il figurativo e l’informale-, Mariuccia Carena del Bagno Capri, che accoglieva tanti intellettuali di Firenze e di Milano, e poi ancora Magda De Grada, Piero Bigongiari, Achille Funi...

Il tuo non essere accademia ti rendeva un eroe per tanti di noi, forse perché non sentivamo di avere lo stesso coraggio. E infatti ti amavano personaggi di immensa cultura e talento. Oltre a chi ho già citato ci metto anche Ottone Rosai e Piero Santi, che ti ha affidato la Galleria d’arte contemporanea che lui aveva fondato. Personaggi di un carisma tremendo, con cui parlavi alla pari, con cui a volte ti ho intravisto, senza mai riuscire a dire una parola, come se fossi un impiegato davanti al suo direttore megagalattico.

Penso a quel mostro sacro che era Mario Schifano, all’autorevole Luigi Baldacci o all’immenso Mario Luzi, più volte candidato Premio Nobel per la letteratura, che mi dicevi avesse addirittura scritto una poesia su di te!

Anche se non avevi avuto modo di leggerla.

Un giorno, per caso, trovai da Feltrinelli il volume Mario Luzi. Tutte le Poesie, e in effetti nell’indice compariva Versi parlati con Paolo Marini. Tema la Cupola, che è bellissima.

E forse rileggerla è il modo più bello di ricordarti.

Parla del tuo amore viscerale verso Firenze, città che per te -me l’hai ripetuto tante volte, ricordi?-, non potrà mai diventare provincia, visto che è stata la capitale del mondo intero. Anzi di più! Ne parlavi come se fosse un’entità vivente -un po’ come faceva anche Giorgio La Pira- un’idea che siete riusciti a farmi entrare dentro, per sempre. Io non sono un critico letterario, ci sarebbe voluto Luigi Baldacci, ma voglio divertirmi lo stesso ad anticiparla, per cercare di capire il senso di alcune parole. Non lo farò da letterato, ma da semplice architetto appassionato di simboli.

Innanzi tutto trovo bellissima la struttura generale, che inizia con l’immagine dell’Arno brado e termina con l’estasi nella vescica della Cupola. Il termine brado viene dal provenzale braidiu e significa cavallo focoso, che nitrisce, che non ne vuole proprio sapere di calmarsi, nonostante la dolcezza della valle in cui è appena entrato.

Ma lo farà, finalmente, davanti alla miracolosa stasi della Cupola.

Capite che succede...?

È vero, Luzi lo realizza con termini estremamente poetici, ma qui, è inutile nasconderci, sta descrivendo un amplesso: mette in contrasto l’irruenta forza maschile, identificata con il torrente selvaggio Arno, e la celestiale trappola della Cupola, di qualità femminile.

Nel linguaggio a volte brutale di Paolo il termine vescica -o anche vescicone, per rimarcarne l’importanza- era il sinonimo del sesso femminile, e chi lo ha conosciuto da vicino lo può confermare.

Luzi quindi genera un simbolo la cui forza è basata sulla potenza della polarità maschile-femminile.

E questo calza a pennello nel parlare di Firenze, che, nonostante il suo nome fosse dedicato a Flora, divinità romana della fertilità, aveva come patrono Marte, il dio della guerra: la tensione maschile-femminile è radicata nelle origini stesse di Firenze.

Quando Luzi scrive “eh lui fiume – e io / sono come lui”, chi è che parla davvero?

Avanzo l’ipotesi che sei stato proprio te, Paolo, a proporre al grande poeta questa lettura sensuale del territorio fiorentino, in parte naturale e in parte costruito.

Te, come un torrente selvaggio, Paolo, in perenne movimento, pieno di energia mascolina, che hai un soprassalto, breve, e trepidi davanti alla miracolosa stasi, davanti alla celestiale trappola della Cupola di Santa Maria del Fiore.

È il poeta, chiarendo che si tratta di uno scherzo, a confermare l’origine “marinica” di questa immagine, per poi entrare nel territorio della mistica. A chi si riferisce infatti quando prosegue e parla del mito dell’uomo?

Io credo si tratti di Gesù il Cristo. Infatti veniamo, malgrado tutto, malgrado noi, innalzati vertiginosamente in una sfolgorante luminosità -allusione forse al potente simbolo che domina Firenze: la sfera d’oro della lanterna del Duomo, allusione all’Uno supremo, tanto caro ai neoplatonici-.

Poi il poeta ci riporta coi piedi sulla terra, grazie all’offerta del vino, che dalla terra viene, e passa alla considerazione finale sul mistero dell’immensa cupola di Brunelleschi.

C’è da pensare che le parole fra virgolette e non sentirla come limite / né ritrovarla come vescica vuota / dopo una breve estasi... siano, di nuovo, proprio tue, Paolo, a conferma della tua lettura sensuale del territorio.

E infine ci aspetta la sorpresa finale: (non sentirla come limite...) ma sempre / come alveare pieno di murmure cattolico. Il murmure è il rumore che il dottore ascolta quando appoggia l’orecchio sulla nostra schiena e ci chiede di tossire. Con questo termine, che viene dal latino murmur, mormorare, si allude forse al chiacchiericcio cittadino nel Duomo, intriso di vita, di peccati e di fede. O forse meglio, visto che parli di un alveare, Paolo, vuoi alludere allo scorrere del miele, che hai scelto come simbolo per descrivere i cittadini e le loro idee, sempre nutrienti, che nei secoli hanno saputo costruire una grande bellezza.

Questo era Paolo Marini: una mente così libera dagli schemi, che osa perfino mescolare -che affascinante alchimia! - sensualità e spirito, sacro e profano.

Questo era Paolo Marini: a modo suo, il sale della terra.

 

VERSI PARLATI CON PAOLO MARINI

TEMA: LA CUPOLA

di Mario Luzi.

 

Lui fiume Arno

brado, ancora riluttante alla quiete dell’invaso

che all’uscita dal Girone s’incontra

su una linea bassa e molto sfrangiata da cespugli

con la mole già chiara in lontananza

un po’ cuneo un po’ emisfero della portentosa fabbrica.

eh lui fiume – e io

sono come lui –

ha un breve soprassalto, trepida

nella sua fluidità profonda

dinanzi alla miracolosa stasi,

di fronte a quella celestiale trappola...

Scherzi, scherzi e neppure di buona lega, forse.

Dalla parte dell’uomo –

dell’uomo o del suo mito? –

dell’uomo e del suo mito

dove devo malgrado tutto essere

voltare su una cima

infuocata di pensiero

una cupola – e quella più ardua –

tendere nel luminoso, nel solido

l’idea creduta principe, sfolgorante di questo:

bene, che altro vino desideri, Mario Luzi. 

C’è solo da aggiungere:

e non sentirla come limite

né ritrovarla come vescica vuota

dopo una breve estasi, ma sempre

come alveare pieno di murmure cattolico.

Perché fu quello il miracolo, quello specialmente. O sbaglio? “

                                                                                              

                                                                                                          Andrea Parigi

 

 

La Vecchia Farmacia Galleria d’Arte fu fondata nel 1968 e diretta da Paolo Marini fino al 1987, sita in Via Padre Ignazio da Carrara, 15 – Vittoria Apuana – Forte dei Marmi.

 

“Quando e come ha conosciuto Ugo Guidi?

Nel 1954-55 mi fu presentato da Piero Santi che conosceva e seguiva con interesse il lavoro di Ugo Guidi. Io e Piero si dirigeva la Galleria L’Indiano. La prima mostra all’Indiano l’ha fatta nel ’58 presentato in catalogo da Piero Santi. Di lì sono nati i rapporti sempre più stretti sul piano del lavoro e dell’amicizia. Lui veniva sempre a tutte le inaugurazioni dell’Indiano, spesso in compagnia del pittore Arturo Puliti.

Piero Santi stimava Ugo Guidi come scultore. Guidi alla galleria ha conosciuto il poeta Luzi, ma soprattutto Ottone Rosai. [..] 

Lo considera un artista figurativo o informale considerando le sue ultime opere?

Anche quando sembra tendente verso l’astratto è profondamente figurativo, perché la sostanza delle sue opere rende ragione dell’umano. Insieme all’eleganza c’è il vigore, la sostanza, la tenacia, la caparbietà che si riscontra nella sua vita di uomo e non a caso si è scelto come compagni di cordata Piero Santi, Paolo Marini, Umberto Baldini, Mario Luzi, Alfonso Gatto, Carlo Betocchi e altri [..]” 

Da Luca Mori - Tesi “Ugo Guidi” Accademia Di Belle Arti di Carrara, Corso di Scultura, Relatore Francesco Cremoni, Controrelatore Pier Giorgio Balocchi, ottobre 2001

 

L’esposizione al MUG sarà visitabile in seguito su appuntamento al telefono 348-3020538 o  . Via Matteo Civitali, 33 - Forte dei Marmi. 

Visitare il sito   e vedere i video Museo Ugo Guidi su youtube.

Il Museo aderisce al Movimento letterario-artistico-filosofico-culturale della contemporaneità: l'Empatismo.

Durante le mostre saranno scattate foto e fatte riprese video, negare il consenso all’ingresso. Grazie.

La Casa Museo Ugo Guidi è inserita nei Luoghi della Cultura del MiBAC, è stata aperta dal FAI, dalla Associazione Nazionale Case della Memoria e dalla Associazione Dimore Storiche Italiane, è nelle guide TCI e Lonely Planet. Il MUG è stato inserito da Google a livello planetario nel The Guide-Tab.Travel. 100 foto di opere di U. Guidi su Wikimedia (Wikipedia) e realtà aumentata del MUG su Ministero Beni Culturali - MIC visibile su Virtique, e ascoltabile in podcast. 

Mappa

Informazioni e contatti
  • su prenotazione

  • Dal 15 marzo al 8 aprile 2026

  • MUG - Museo Ugo Guidi via Civitali 33, Vittoria Apuana

  • Evento gratuito
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